12 - 13 - 14 giugno 2020

A tu per tu con...

ENRICO DE LUCA

PARLIAMO DI:

Anna dai capelli rossi e la professione di traduttore editoriale

Abbiamo intervistato Enrico De Luca, traduttore editoriale e filologo che lavora presso l’Università degli Studi Umanistici della Calabria, il quale si è occupato di una nuova traduzione di Anna dai Capelli Rossi per Lettere Animate Editore.

 
Com’è nato l’amore con Anna dai capelli rossi, come l’ha scoperta e cosa di lei l’ha attirato così tanto?
L᾽ho scoperta proprio a partire dall᾽anime Anna dai capelli rossi (questo è il titolo appunto dell᾽anime, non del romanzo che purtroppo nel nostro paese è conosciuto con il medesimo titolo, dico purtroppo perché Anna dai capelli rossi non è titolo d᾽autore); sono nato nel 1974 eppure, diversamente da quanto si potrebbe pensare, non ho visto l᾽anime da bambino, ma solo dopo i trent᾽anni. E da allora lo considero un capolavoro dell᾽animazione giapponese, molto rispettoso del romanzo da cui trae ispirazione. Intorno al 2006, sono approdato alla lettura di Anne of Green Gables – questo è titolo originale, che denota la volontà di Montgomery di legare Anne a un determinato posto, quella casa che, nella mia versione, ho chiamato in maniera generica Tetti Verdi (gables sono in realtà i timpani) – prima in edizione italiana, poi in inglese. Tale lettura mi ha considerevolmente aiutato in un periodo difficile della mia vita, è stata benefica, confortante, e poi come si può non amare Anne, con la sua sconfinata immaginazione (passaporto per un mondo fantastico, ma anche strumento per affrontare le difficoltà e i casi della vita) e soprattutto con il suo peculiare modo di esprimersi in cui s᾽intrecciano citazioni e allusioni letterarie?
 
Anne dice: “La gente ride di me perché uso paroloni. Ma se hai grandi idee devi usare grandi parole per esprimerle, no?” Questo principio deve essere molto importante per lei che è traduttore e con le parole ci lavora: mi parlerebbe dell’importanza della “parola giusta” quando si traduce un libro?
A essere sincero, penso che la “parola giusta” sia una chimera, è sotto l᾽influenza di molteplici fattori: il lessico che conosciamo, le nostre competenze linguistiche (per esempio, da quanto conosciamo – linguisticamente parlando – lo stile dell’autore del quale ci occupiamo e degli altri autori a lui contemporanei) ecc. Tuttavia penso anche che esista una parola più consona di un᾽altra, cioè quella che meglio si avvicina al significato che la parola originale vuol veicolare. Io sono fermamente avverso agli ammodernamenti, soprattutto quelli spregiudicati e brutali, non approvo e giustifico stravolgimenti, banalizzazioni, tagli ecc. Il traduttore non possiede l᾽autorità dell᾽autore, ma si fa tramite discreto fra autore e lettore, rivestendo i panni (cioè lo stile) di autori diversi. Certo, dovrà compiere nel suo lavoro non poche scelte, in primis quella del testo di partenza (non tutte le edizioni sono uguali, ma molti traduttori non badano a questo aspetto), poi lo stile e il lessico da usare; inoltre non è necessario seguire le scelte di chi è venuto prima di noi, sebbene non bisognerebbe neppure ignorarle, è lecito proporre valide e motivate alternative che potrebbero migliorare la ricezione di un testo. Il tutto andrà però opportunamente segnalato al lettore in una nota al testo, chiara e senza troppi giri.
 
“Anne of Green Gables” è un romanzo “vecchio”, eppure come tanti altri romanzi classici viene continuamente ristampato con nuove traduzioni. Qual è il senso delle ritraduzioni dei classici?
Bisognerebbe ritradurli non per adattarli alla lingua odierna, ma per offrire nuove letture del testo, nuovi modi di interpretarlo e di intenderlo, nuovi approcci. La traduzione è, di fatto, una lettura profonda, come sosteneva Calvino. Tuttavia bisogna aver rispetto sia dell᾽autore che del lettore, e non far dire al primo cose che non ha mai detto e non far leggere al secondo un᾽opera in una forma troppo distante dall᾽originale.
 
Mare di Libri è un festival sulla letteratura per adolescenti, realizzato e diretto da adolescenti in ogni sua parte: non ci occupiamo solo di formare lettori e lettrici ma anche editor e traduttrici e traduttori. Che consiglio darebbe a chi vorrebbe intraprendere la professione di traduttore o traduttrice editoriale?
Studiare la teoria, la storia della traduzione letteraria (personalmente l᾽ho studiata con il compianto Emilio Mattioli ai tempi dell᾽università) può esser utile, ma lo è ancor più fare tanta pratica, quotidiana se è possibile. E ancora scegliere i testi con oculatezza e in base alle proprie abilità, capacità, esperienze e competenze – se non si conosce la scrittura di Dickens, per esempio, meglio stargli alla larga, diversamente si rischia di rovinarlo e di proporlo in malo modo, e chi ci va di sotto? I lettori, naturalmente -; se non si conoscono le usanze e la cultura di un dato periodo o di un dato paese come si può ben interpretare un testo? Per tradurre bene i classici ci vuole, insomma, una formazione solida frutto di molti anni di studio e di pratica.
 
Di solito come lavora quando traduce un testo? Lo legge tutto e poi lo traduce per intero o procede capitolo per capitolo? Parte direttamente con la traduzione? Crea prima una bozza che rivede pian piano o produce subito un testo molto simile a quello finale?
Prima leggo l᾽intero testo, se necessario lo rileggo, spesso mi affido a edizioni critiche annotate, se disponibili. Successivamente inizio a tradurlo, e terminato lo faccio rileggere ad almeno due collaboratori, confronto le loro proposte e osservazioni, poi rivedo il tutto. Eppure anche quando penso sia tutto pronto, sorgono inevitabili i dubbi: qui avrei potuto usare quella tal parola, qui forse avrei potuto essere più “elegante”; o più rispettoso ecc. E allora mi ripropongo di ritornarvi sopra, perché non esiste una traduzione definitiva e perfetta, ma un testo che può – e deve – essere migliorato. Grazie anche alle segnalazioni dei lettori attenti.
 
Le faccio una domanda che di solito si fa a scrittori e scrittrici: sta lavorando a qualche libro ora?
In questo periodo mi sto occupando principalmente di librettistica, vorrei pubblicare un᾽edizione di due interessanti libretti d᾽opera del tutto ignoti di un librettista calabrese dei primi anni del XX secolo. In contemporanea ho chiuso alcune curatele (edizioni commentate, ndr.) e traduzioni fatte tempo addietro di Dickens (Un albero di Natale, Edizioni Ripostes, ottobre) e di Montgomery (Anne dell᾽Isola, dicembre), un᾽antologia di ghost stories con le tavole a colori di Daniele Serra (Caravaggio Editore, ottobre).

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