a tu per tu con…
Elisa Sacchetta, educatrice in comunità educativa e referente di Agevolando Rimini

Partiamo da una domanda introduttiva, che aiuti anche chi non ne ha mai sentito parlare: chi sono i ragazzi che crescono “fuori famiglia”?
Sono dei ragazzi uguali agli altri, con delle difficoltà in più non dovute a loro, ma al loro nucleo familiare. In futuro poi sono quelli che dovranno impegnarsi più di altri e conoscere prima dei coetanei che cosa vuol dire il sacrificio. Più concretamente i giovani “fuori famiglia”, che vivono quindi in comunità, in affido o case famiglia, sono minori stranieri non accompagnati, rifugiati politici, e anche tantissimi ragazzi italiani che non possono più stare con il loro nucleo familiare a causa di abuso, maltrattamento, violenza assistita o incuria.

Facciamo un confronto tra affido e comunità: quali sono le principali differenze? Cosa implicano nelle vite dei ragazzi?
La prima differenza è che in affido loro vivono in famiglia con una mamma e un papà, quindi si vengono a creare dei punti di riferimento solidi, mentre in comunità non c’è una figura genitoriale, perché gli educatori non sostituiscono i genitori. Poi soprattutto sono tanti, turnano e non sono sempre presenti tutti. Questo da una parte può essere un fatto positivo nell’instaurare le relazioni e confrontarsi con i ragazzi perché magari si aprono di più, dall’altra però crea delle problematiche perché la sera un educatore va a casa e ne arriva un altro, quindi manca una figura stabile. Nell’affido c’è anche meno vergogna nella relazione con i compagni di scuola o di sport, perché non ci sono gli educatori, sempre diversi, che li vanno a prendere. Non c’è questo dover spiegare chi sono: nessuno dice mai che sono educatori, si giustificano parlando di uno zio, un cugino, un amico. Pochi riescono a raccontare di essere in comunità, infatti per evitare di giustificarsi si fanno lasciare un po’ più lontano da scuola o dal posto in cui fanno sport, in modo da non farsi vedere con gli educatori.

Qual è il clima che si vive in comunità? Che tipo di relazioni si instaurano tra i ragazzi? E tra ragazzi ed educatori?Tra i ragazzi si creano relazioni di forte amicizia, ma anche di grandi gelosie, perché c’è sempre il confronto di come l’educatore si rapporta con ognuno di loro. Da una parte chiedono di essere trattati in modo diverso perché sono persone differenti e non hanno tutti le stesse esigenze, dall’altra fanno fatica a capire questa differenziazione. È una continua richiesta di attenzioni verso gli educatori, e come in tutti gli ambienti creano relazioni più forti con quelle persone con cui riescono a rapportarsi meglio, a confrontarsi di più. I ragazzi poi sono bravissimi a capire gli educatori, a vedere i loro punti di forza e quelli di debolezza: sanno con chi possono divertirsi di più, da chi possono ricevere cure più materne, e così via. Il modo in cui i ragazzi si rapportano con gli adulti sono tanti e diversi tra loro: ci sono quelli che si aprono tantissimo, quelli che non parlano mai per tutto il loro percorso; altri tendono a mettersi sullo stesso piano dell’educatore, che vedono come un amico, mentre alcuni hanno anche sfiducia, perché non pensano di poter ricevere un aiuto adeguato.
Nelle comunità gli educatori cercano di creare il clima familiare di una casa accogliente, con soprattutto il rispetto di quelli che sono i valori generali, quindi gentilezza, rispetto, educazione. Il clima poi non è mai lo stesso: c’è il momento della gita, dello scherzo e del divertimento in cui si crea grande complicità, mentre si creano grandi tensioni nelle giornate in cui bisogna comunicare una brutta notizia o due ragazzi bisticciano. 

Che cosa cercano i ragazzi negli educatori, che cosa si aspettano da loro? E invece dai loro coetanei che non hanno vissuto le loro stesse esperienze?
Dagli educatori aspettano di essere protetti, di non essere giudicati, ma ascoltati e accettati sia per quello che riescono a dare sia per le difficoltà che hanno. Fondamentalmente chiedono di essere accolti. Per quanto riguarda magari i compagni di scuola o di sport, vedo che cercano tantissimo di entrare nelle loro famiglie: vorrebbero farsi invitare a pranzo, a dormire da loro, a partecipare alle gite che fanno i fine settimana. Altri invece faticano a spiegare il fatto di essere in comunità e si aggregano a ragazzini che hanno le loro stesse problematiche, quindi c’è una sorta di minimo comune denominatore che permette di essere più liberi, di raccontarsi perché si condividono esperienze simili. Tutti però molto spesso dicono che non vogliono sentirsi come degli alieni, magari rispetto ai compagni di classe: in fondo sono uguali agli altri bambini e adolescenti. 

In cosa sta la bellezza di essere educatrice e in cosa la difficoltà?
La bellezza è tutto ciò che nasce dalla relazione con i ragazzi, sia i momenti di felicità che quelli che io chiamo di incontro/scontro. La difficoltà nasce dal fatto che molto spesso gli educatori sono presi da tante cose burocratiche, dalla gestione quotidiana, e non riescono ad ascoltare i ragazzi, ad accoglierli come vorrebbero. Ci sono momenti in cui si è presi dalla quotidianità e dalla stanchezza, ed è importante che l’educatore se ne renda conto per fare un passo indietro e permettere ai ragazzi di farsi ascoltare, di tirare fuori il meglio.

Perché anche chi non è coinvolto direttamente dovrebbe interessarsi al tema della vita “fuori famiglia”?
Perché ci sono anche loro, questi ragazzi che vivono lontani dalle loro famiglie, e hanno un forte bisogno di non sentirsi soli e abbandonati. Nonostante le capacità che possono avere, c’è chi non può rientrare in famiglia e si ritrova a essere adulto nel giro di un giorno, quindi ha bisogno di essere sostenuto. Molte persone esterne poi hanno ancora molti pregiudizi rispetto alle comunità educative, si pensa ancora al vecchio istituto con camerate enormi da venti persone o addirittura alle comunità penali. Le nostre invece sono delle semplici case accoglienti! 

C’è un ricordo di questi nove anni in cui sei stata educatrice a cui sei particolarmente legata?
Un momento preciso che ricordo è stato quando a Natale un bimbo di nove anni ha aperto sotto l’albero il suo regalo insieme agli altri. Per lui era qualcosa di speciale, perché fino a quel momento erano solo cose che sentiva dagli altri e non aveva mai fatto a causa della povertà e dell’indifferenza della famiglia. Mi ricorderò sempre i suoi occhi lucidi di gioia!
Più in generale mi piacciono molto le gite organizzate in modo che ci siano tutti gli educatori. Noi cerchiamo di programmare tre o quattro weekend all’anno durante i quali andiamo in case scout in mezzo al bosco, e in questo modo si crea un clima informale, in cui sia i ragazzi che gli educatori si rilassano. Nascono delle relazioni bellissime e poi anche al rientro i legami, il modo di rapportarsi, hanno una marcia in più. Sono occasioni per condividere qualcosa di forte fuori dalle comunità, e ci sono gli educatori che si portano dietro il cane, o anche i figli, in modo da far conoscere la loro vita fuori dal lavoro. L’ultima uscita che abbiamo fatto quest’estate per un festival celtico è stata bellissima, perché abbiamo dormito tutti quanti in tenda e cucinavamo insieme, ballavamo mascherati. Questo ha contribuito a creare un clima meraviglioso: sono sparite le provocazioni, le problematicità di tutti i giorni!