Cosa ha significato per me la rappresentazione delle persone nere nella letteratura per ragazzi

Tradotti per voi

Questo articolo del GW Hatchet, il giornale studentesco del Community College di Washington DC (USA), si concentra sulla rappresentazione delle persone nere nella letteratura per ragazzi. Vi proponiamo le riflessioni dell’autrice, Zeniya Cooley, studentessa di giornalismo. 

Qui potete leggere l’originale in inglese.

Tempo di lettura: 3 minuti.

Cosa ha significato per me la rappresentazione delle persone nere nella letteratura per ragazzi
di Zeniya Cooley

 

Durante il mio ultimo anno di liceo, la mia amica Deliasha mi ha prestato la sua copia di The Hate U Give di Angie Thomas. Mi ha detto che la protagonista del romanzo, Starr Carter, le ricordava me.
In effetti, io e Starr abbiamo diverse cose in comune. Entrambe abbiamo amato Willy, il principe di Bel-Air, seguito l’attivismo di Tumblr e adorato l’hip-hop degli anni ’90.
Grazie all’esistenza letteraria di Starr, io mi sono sentita vista in quanto ragazza nera.
Ho anche apprezzato l’immenso amore di Angie Thomas per la cultura giovanile della comunità nera. In ogni capitolo, ha dato voce al nostro linguaggio e tenuto fede alle nostre tradizioni. In ogni paragrafo ha ritratto l’immenso fascino e l’energia in perenne movimento della vita della gioventù nera. Da romanzi come The Hate U Give ho imparato l’importanza della rappresentazione nella letteratura per ragazzi. Ho scoperto la bellezza che si manifesta quando i ragazzi di colore e le loro esperienze vengono narrati in arcobaleni di sfumature.

 

In una lezione di Inglese in terza media, una ragazza di nome Dymond mi ha detto di aver divorato tutti i romanzi della serie Bluford High, una lunga serie di storie young adult ambientate in un liceo di città. Ricordo l’ammirazione che lei provava per questi romanzi. Ricordo come l’espressione del suo volto si ammorbidiva e si concentrava ogni volta che ricreava i personaggi ritratti sulle copertine. Sui suoi fogli da disegno, i personaggi conservavano il loro magnetismo, anche se erano soltanto linee e tratti di grafite sfumata. 
Io e Dymond non avevamo chiaramente ammesso che le storie di Bluford High fossero le nostre. Non ne avevamo bisogno. Noi ci rispecchiavamo del tutto in quei libri. Darcy Wills, Brisana Meeks e gli altri personaggi risplendevano come frammenti di noi stessi e delle nostre famiglie. Nonostante questi romanzi spesso esagerassero con il racconto del trauma, i ragazzi come me vi ritrovavano comunque pezzi di verità. Verità nello slang, che inventava e reinventava se stesso esattamente come il nostro. Verità nello stile, che pretendeva attenzione come il nostro. Il prezzo del lavoro culturale e dello stereotipo non importava più di tanto: perlomeno, riuscivamo a vederci rappresentati.

 

Il primo libro che mi abbia fatto piangere è stato Tears of a tiger di Sharon M. Draper. Nel romanzo Andy Jackson, una giovane star del basket, combatte con il senso di colpa dopo aver perso il suo migliore amico in un incidente d’auto. Quando ho iniziato a leggere il libro, durante le scuole medie, mi sono resa conto che era la prima volta che incontravo in letteratura un ragazzo nero giovane e tormentato. Un ragazzo nero triste e dallo sguardo sofferente, circondato da un’aura di freddo azzurro come nella fotografia del 1997 di Carrie Mae Weems. Fino ad allora, mi ero abituata alla rappresentazione archetipica del giovane nero iperviolento dal cuore di pietra. Quello stereotipo gangsta raccontato nella maggior parte delle canzoni rap che avevo imparato da piccola. Il nero fuorilegge furioso nei confronti del mondo bianco, raccontato dai romanzi di Donald Goines che leggeva mio padre. Tears of a tiger abbandonava questo archetipo. Offriva invece un delicato ritratto del dolore patito dai ragazzi neri nell’ombra del loro stoicismo percepito. Ma nonostante il romanzo centrasse bene il punto sulla vulnerabilità e la salute mentale dei ragazzi neri, io continuavo a pormi dei dubbi sull’opinione pubblica nei confronti di ragazzi come Andy. Le persone avrebbero compreso la sua sofferenza, l’avrebbero vista ammantata di quel freddo azzurro? O i loro occhi avrebbero insistito sull’archetipo?

 

Durante l’estate, ho letto Concrete rose di Angie Thomas e Poet X di Elizabeth Acevedo. Questi romanzi mi hanno insegnato la meraviglia del fiorire e del divenire. Il potere di sorgere dalle nostre identità imperfette. In Concrete rose, Maverick Carter si confronta con il concetto di virilità, mentre ancora naviga nelle turbolenze della sua adolescenza. Rivedo in lui alcuni dei ragazzi che conosco. Quelli che faticano, inciampano, si aggrappano alla luce. Il personaggio di Maverick rappresenta anche la speranza che questi ragazzi possano fiorire nell’acciaio dal quale sono circondati. Che possano sorgere dall’asfalto.
L’altro romanzo, Poet X, introduce il personaggio di Xiomara Batista, una ragazza afro-dominicana con una parlantina dirompente quanto il suo corpo. Ma che non ha altrettanta voce. Le è stato insegnato, come a me, a starsene buona e controllare la sua lingua tagliente. Domarla e tenerla legata, come ha scritto Gloria Anzaldua nel 1987.
Dopo anni di silenzio e auto-censura, Xiomara impara finalmente a ribellarsi con le proprie parole. Ad occupare tutto lo spazio, con il suo sfolgorìo pieno di capelli. In queste narrazioni, l’insicurezza e l’imperfezione danno spazio alla nostra bellezza. In queste storie, i nostri difetti diventano ali e con esse prendiamo il volo verso cieli scintillanti. 

 

Quando Time Magazine ha pubblicato un elenco dei migliori libri young adult di sempre, ho immediatamente cercato al suo interno le Black stories che avevo amato, gli autori neri che ammiravo. Fortunatamente le ho trovate – insieme a molte altre. Ma cosa mi ha spinta, prima di ogni altra cosa, in questa ricerca? La speranza di veder rappresentate me stessa e la mia gente. Il desiderio di vedere le nostre vite validate. Cosa c’è di più piacevole che riconoscere se stessi in altri personaggi? Cosa c’è di più bello che vedere riflessa la luce della propria esperienza?

 

Romanzi citati pubblicati in Italia:
Angie Thomas, The Hate U Give, Giunti +15 anni
Angie Thomas, Concrete Rose, Rizzoli +15 anni
Elizabeth Acevedo, Poet X, Sperling & Kupfer, +15 anni

 

Traduzione dall’inglese di Anna Casadei