DOVEVO SAPERE SE I MIEI LIBRI PREFERITI FOSSERO FRUTTO DI APPROPRIAZIONE CULTURALE

Tradotti per voi

Da Steinbeck a Foster, Cindy Fazzi* riesamina alcuni dei romanzi classici più amati della letteratura in questo articolo del sito Electric Literature che abbiamo tradotto per voi.

Essendo cresciuta a Manila, l’idea che avevo di determinati Paesi è stata plasmata in primo luogo dai romanzi. Equiparavo i romanzi di Steinbeck ambientati in California con gli interi Stati Uniti, La buona terra di Pearl S. Buck con la Cina e Passaggio in India di E. M. Forster con l’India. L’unico “romanzo messicano” che io ricordi era La perla di Steinbeck. Cosa c’è di sbagliato in questo immaginario?

Mi ci è voluta una recente visita alla casa natale di Steinbeck a Salinas, per farmi capire che i romanzi che amavo per il ritratto che facevano delle difficoltà degli “altri” erano tutti scritti da autori bianchi. Al National Steinbeck Center, una mostra su La perla sottolineava il fatto che fosse basato su un racconto popolare che l’autore aveva ascoltato durante una visita a La Paz, nel Messico nordoccidentale. Da Pian della Tortilla a Uomini e Topi fino a Furore, Steinbeck ha scritto di immigrati messicani e italiani, lavoratori e oppressi. Un’esposizione presso il museo comprendeva persino immagini di agricoltori filippini a Salinas.

Da una parte, incolpo la mia esposizione limitata dal punto di vista letterario, per la mia scelta di libri. Dall’altra, la colpa può essere anche attribuita alla chiara dominanza globale della letteratura bianca, sia allora che adesso. Io ero un’amante dei libri, nata in una famiglia di non lettori nelle Filippine, in passato colonia americana.

Che probabilità c’era che a quel tempo una persona come me avesse accesso a libri scritti da autori come Carlos Fuentes, Eileen Chang (conosciuta anche come Zhang Ailing) e Khushwant Singh? Zero.

Questo non per sminuire il considerevole talento e le rilevanti doti di Steinbeck, Buck e Forster. Steinbeck e Buck sono stati vincitori del Premio Nobel per la Letteratura, mentre Forster è stato nominato per il premio tredici volte. Erano scrittori talmente bravi da riuscire a descrivere personaggi che esulavano dalla loro cultura e classe sociale. Proprio per questo, sono stati applauditi per aver scritto personaggi che non erano loro somiglianti.

E nonostante questo la domanda mi perseguitava: i miei amati libri sono frutto di apprezzamento culturale, o di appropriazione culturale? Per trovare una risposta, ho esplorato il concetto di appropriazione culturale. L’espressione compare spesso, ma cosa significa veramente?

Analizzare libri classici non era soltanto un esercizio culturale per soddisfare la mia curiosità. Mi serviva una risposta, in quanto scrittrice di colore che vive in America. Avevo bisogno di comprendere quali fossero i limiti della mia stessa scrittura. Volevo essere in grado di contribuire alla narrativa Filippino-Americana, ed è per questo che le mie storie si concentrano sulla mia cultura. Ma dovrei davvero scrivere soltanto del popolo filippino e delle Filippine?

La cultura stessa è probabilmente un risultato di tutti i generi di appropriazione. Ogni cultura è un insieme di varie pratiche e influenze che senza dubbio si evolve, come la vita. Chi dice che il tradizionale lumpia filippino (piatto tipico, ndt) non sia un’appropriazione dell’involtino primavera cinese? Le persone sono immigrate dalla Cina alle Filippine nel corso della storia, pertanto la loro cucina e cultura si sono inserite nella vita quotidiana filippina.

In ambito letterario, la questione tipicamente si concentra sul fatto che sia accettabile o meno scrivere “fuori dai margini” dell’etnia e della cultura dell’autore stesso. Come scrittrice, per me è assolutamente accettabile. 

[…]

La finzione narrativa richiede un esercizio di immaginazione. Gli scrittori devono essere capaci di scrivere di qualsiasi cosa – ma dovrebbero saper ritrarre personaggi, luoghi e culture con sensibilità ed empatia. Tralasciando il razzismo e l’appropriazione culturale, ogni scrittore di narrativa punta a scrivere una storia credibile, e l’empatia è un ingrediente cruciale nella grande narrazione.

 

Quindi, La perla (1947), La buona terra (1931) e Passaggio in India (1924) sono prodotti di appropriazione culturale?

[…] Steinbeck, Buck e Forster avevano il diritto di scrivere i tre libri in questione?

Sì, assolutamente.

Hanno compiuto un’appropriazione? Sì, l’hanno fatto. Hanno mostrato empatia per le persone di colore nei loro romanzi? Sì, l’hanno fatto. L’empatia è parte del motivo per cui i tre romanzi – tutti trasposti poi in film – sono famosi. Se inseriamo questi libri nel contesto delle loro carriere, i tre autori mostrano un profondo apprezzamento per le persone e le culture raccontate nei loro lavori.

[…]

Dopo la mia personale valutazione di La perla, La buona terra e Passaggio in India, questi continuano a piacermi. Non c’è nulla di male nell’apprezzare libri come questi. Ma non li ritengo più rappresentativi della cultura cinese, messicana e indiana. Per ottenere una migliore conoscenza di questi Paesi e delle loro culture, è meglio leggere libri scritti da autori nativi. Farò un passo avanti dicendo che leggere libri di autori nativi è la cosa più giusta da fare.

Come lettori siamo fortunati ad avere accesso a libri provenienti da tutto il mondo. A differenza dei tempi della mia adolescenza a Manila, i buoni libri di autori vicini e lontani non mancano. Possiamo prenderli in prestito dalla biblioteca, o comprarli con pochi click tramite computer o smartphone.

Come lettori, vogliamo leggere tutti i tipi di storie. Perché questo accada, possiamo tutti concordare sul fatto che gli scrittori debbano avere la libertà di scrivere ciò che vogliono. Punto. Come scrittrice, aggiungerò che questa libertà è fondamentalmente un privilegio che i lettori ci accordano. Pertanto, dovremmo prenderci la responsabilità di ciò che scriviamo, specialmente quando scriviamo di popoli e culture che non ci appartengono.

Probabilmente ci vorrà del tempo prima che le narrazioni Filippino-americane diventino parte della letteratura americana mainstream. Più probabilmente, scriverò all’interno della mia comunità per il resto della mia carriera, sperando di contribuire a questo sforzo. Ma mi piace pensare che se riesco a guadagnarmi la fiducia dei lettori abbastanza da sospendere la loro incredulità, posso anche godermi il privilegio di scrivere qualcosa di diverso dall’esperienza filippina.

 

Traduzione dall’inglese di Anna Casadei

 

 
*Cindy Fazzi è una scrittrice filippino-americana. Ha lavorato come giornalista nelle Filippine, a Taiwan e negli Stati Uniti.