Perché il nostro futuro dipende dalle biblioteche, dalla lettura e dall'immaginazione

Tradotti per voi

Neil Gaiman ha parlato dell’importanza della lettura il 13 ottobre 2013 per la Reading Agency a Londra. Il discorso ci è piaciuto molto e ci sembra così attuale che abbiamo deciso di tradurlo per voi. 

Qui potete leggere l’originale pubblicato dal giornale The Guardian.

Tempo di lettura: 4 minuti.

PERCHÉ IL NOSTRO FUTURO DIPENDE DALLE BIBLIOTECHE, DALLA LETTURA E DALL’IMMAGINAZIONE
DI NEIL GAIMAN

 

È importante dire subito da che parte si sta, e per quale motivo, e anche riconoscere se si è vittima di bias. Una specie di dichiarazione di interessi all’interno di una comunità, di un gruppo riconosciuto. Vi parlerò di lettura. Vi dirò che le biblioteche sono importanti. Dirò che leggere fiction, leggere per puro piacere, è una delle cose più significative che una persona possa fare. Insisterò appassionatamente perché tutti capiscano che cosa rappresentano le biblioteche e i bibliotecari, e perché lottino per preservarli.

Sono ovviamente e incredibilmente di parte: sono uno scrittore, spesso uno scrittore di fiction. Scrivo per ragazzi e adulti. Per circa trent’anni mi sono guadagnato da vivere usando le parole, inventandomi storie e scrivendole. È chiaramente nei miei interessi che le persone leggano, soprattutto fiction, e che le biblioteche e i bibliotecari esistano e promuovano l’amore per la lettura e i luoghi in cui la lettura può esistere.

Sono di parte in quanto scrittore. Ma sono ancora più di parte in quanto lettore. Ed ancora di più in quanto cittadino britannico.

Sono qui stasera a tenere questo discorso per la Reading Agency: un’associazione benefica che ha come missione dare a tutti le stesse opportunità, aiutandoli a diventare lettori forti ed entusiasti, sostenendo programmi di alfabetizzazione, biblioteche, singoli individui e, in modo aperto e sfacciato, incoraggiando all’atto della lettura. Perché, dicono, leggere cambia tutto.

Ed è di questo cambiamento, di questo atto di leggere, che sono qui a parlare stasera. Voglio parlare di cosa è causa la lettura. A cosa serve.

Una volta, a New York ho sentito parlare della costruzione di carceri private, un settore che in America è fiorente e che sta pianificando la propria crescita. Di quante celle avremo bisogno? Quanti prigionieri ci saranno tra 15 anni? Hanno scoperto che è molto facile predirlo, basta usare un semplice algoritmo che si basa sulla percentuale di ragazzi tra i 10 e gli 11 anni che non sanno leggere, e che di sicuro non leggono per puro piacere.

Non è un rapporto diretto di causa-effetto: non si può certo dire che una società alfabetizzata non ha criminalità. Ma ci sono correlazioni tangibili.

E credo che alcune di queste correlazioni siano attribuibili a qualcosa di molto semplice: le persone alfabetizzate leggono fiction.

La fiction ha due funzioni. Innanzitutto, è una droga di passaggio per la lettura. Il bisogno di sapere cosa succede dopo, di girare pagina, di andare avanti, anche se fa star male perché qualcuno è nei guai e devi assolutamente sapere come andrà a finire… è una vera e propria dipendenza. Ti costringe a imparare nuove parole, a pensare nuovi pensieri, e a continuare, per poi scoprire che leggere è piacevole di per sé. Una volta che l’hai scoperto, sei sulla buona strada per leggere qualsiasi cosa. E leggere è la chiave. Qualche anno fa si vociferava che vivessimo in un mondo post-alfabetizzato, in cui la capacità di leggere la parola scritta fosse in qualche modo ridondante, ma non è così: le parole sono importanti come non lo sono mai state. È attraverso le parole che ci orientiamo nel mondo, e se il mondo finisce online, noi lo dobbiamo seguire per capire quello che stiamo leggendo. Se non possiamo capirci a vicenda, non possiamo scambiarci idee, non possiamo comunicare. I programmi di traduzione fanno quello che possono.

Il modo più semplice di crescere ragazzi lettori è insegnare loro a leggere, e poi mostrare che la lettura può essere un’attività divertente. Questo significa, banalmente, mettere a disposizione libri che piacciano, dare libero accesso a quei libri e lasciare che li leggano.

Sono convinto che non esistano libri non adatti ai ragazzi. Di tanto in tanto tra gli adulti torna di moda puntare il dito contro un certo tipo di libro, un genere in particolare magari, o un autore, per dichiarare che non è adatto, che dovrebbe essere vietato. L’ho visto accadere non so quante volte. Hanno accusato Enid Blyton di essere una cattiva autrice, così come R.L. Stine, e come tanti altri. Hanno incolpato i fumetti di favorire l’analfabetismo.

È una sciocchezza ovviamente, si tratta solo di snobismo e stupidità. Non esistono cattivi autori. I ragazzi vogliono leggere e cercano con tenacia i libri che amano, perché ogni lettore è diverso dall’altro. A volte trovano storie di cui sentono il bisogno, a volte sono le storie a trovarli. Per loro nessun libro è troppo inflazionato o sorpassato, perché è la prima volta che vi si imbattono. Non scoraggiate i ragazzi a leggere solo perché stanno leggendo qualcosa che vi sembra sbagliato. I libri che voi disapprovate sono una possibile strada che porta ad altri libri che potreste preferire. E, comunque, non tutti hanno gli stessi gusti.

Un adulto pieno di buone intenzioni può distruggere in un attimo l’amore di un ragazzo per la lettura: basta vietargli i libri che ama, o dargli libri belli-ma-noiosi solo perché piacciono all’adulto in questione, l’equivalente nel XXI secolo della letteratura educativa vittoriana.

Quello di cui abbiamo bisogno è che i ragazzi salgano sulla scala della lettura: qualsiasi cosa che leggeranno con piacere li porterà ad avanzare, gradino dopo gradino, nelle competenze di lettura. (E non commettete l’errore che commisi io con mia figlia undicenne, quando era immersa nella lettura di Stine e mi azzardai a proporle Carrie di Stephen King, affermando che se le erano piaciuti i libri di Stine allora non poteva non piacerle anche quello! Per il resto della sua adolescenza, Holly ha letto solo rassicuranti storie di coloni nelle praterie, e tuttora mi guarda storto quando viene menzionato Stephen King.)

La seconda funzione della fiction è rafforzare l’empatia. Quando guardiamo un film, siamo testimoni di eventi che coinvolgono altre persone. La fiction prende vita con sole 26 lettere e una manciata di segni di interpunzione e noi, e noi soltanto, usando la nostra immaginazione, possiamo creare mondi e personaggi e vedere attraverso i loro occhi. Ci permette di provare emozioni, visitare luoghi e mondi che non potremmo conoscere in nessun altro modo. Ci insegna che ogni altra singola persona là fuori è un “io”, come noi. Ci concede di indossare i panni di qualcun altro e, quando torniamo nei nostri, lo facciamo che siamo un po’ diversi.

L’empatia permette di riunire le persone in comunità, di avere una funzione che vada oltre il singolo individuo.

Quando leggiamo impariamo anche un’altra cosa vitale per farci strada nella vita, cioè che il mondo non deve per forza essere così com’è. Può cambiare.

Nel 2007 sono stato in Cina, alla prima convention – approvata dal partito – di fantascienza e fantasy della storia cinese. A un certo punto presi da parte un ufficiale e gli chiesi: perché? La fantascienza è stata disapprovata per tantissimo tempo. Cos’è cambiato?

Semplice, mi disse: i cinesi erano eccezionali nel portare a termine idee che altre persone avevano progettato, ma non erano in grado di innovare, di inventare. Non erano in grado di immaginare. Avevano quindi inviato una delegazione negli USA, da Apple, da Microsoft, da Google, e avevano interrogato le persone che vi lavoravano e che lì inventavano il futuro, per scoprire che tutti loro leggevano fantascienza quando erano ragazzi.

La fiction può mostrarci mondi diversi, può portarci dove non siamo mai stati. E una volta che abbiamo visitato altri mondi – come dopo aver assaggiato un frutto proibito –  non potremo mai essere del tutto soddisfatti del mondo in cui siamo cresciuti. L’insoddisfazione è un bene: gli insoddisfatti possono cambiare i loro mondi, lasciarli migliori, diversi.

Dato che siamo in argomento, vorrei spendere qualche parola anche sull’evasione. Ho sentito parlarne come se fosse una cosa negativa. Come se la fiction d’evasione fosse una droga a poco prezzo per i confusi, gli sciocchi e i delusi, e l’unica fiction di valore fosse, sia per adulti che per ragazzi, quella realistica, quella che riflette il peggio del mondo in cui il lettore vive.

Se fossimo intrappolati in una situazione impossibile, in un posto sgradevole, con persone che vogliono farci del male, e qualcuno ci offrisse una via di fuga temporanea, perché non dovremmo cogliere l’occasione al volo? La fiction d’evasione è proprio questo: una storia che apre una porta, lascia entrare il sole, offre un posto dove possiamo avere il controllo di ciò che accade e scegliere le persone con cui condividerlo (i libri sono luoghi reali, non ne dubitate). Ancora meglio, durante questi momenti d’evasione, dai libri possiamo imparare tantissime cose sul nostro mondo e sulla nostra vita: ci donano armi e armatura per affrontarli, veri e propri strumenti che possiamo portare con noi quando facciamo ritorno nella nostra prigione. Abilità, conoscenze e risorse da usare per fuggire per davvero, nella realtà.

Come ci ricorda J.R.R. Tolkien, gli unici che dovrebbero essere contrari all’evasione sono i carcerieri.

Un altro modo di rovinare in un ragazzo l’amore per la lettura è, ovviamente, fare in modo che non ci sia alcun tipo di libro nei dintorni, e di non offrirgli alcun luogo in cui poterlo leggere. Io sono stato fortunato, quando ero ragazzo ho avuto a disposizione un’ottima biblioteca. Avevo anche la fortuna di avere dei genitori che, d’estate, riuscivo facilmente a convincere ad accompagnarmici mentre andavano al lavoro. Per non parlare dei bibliotecari, che accettavano di buon grado che un ragazzino solo soletto si recasse ogni mattina alla biblioteca per bambini e s’immergesse nel suo catalogo in cerca di storie di fantasmi, magia o razzi spaziali, vampiri, detective, streghe e altre meraviglie. Una volta esauriti i libri per bambini, attaccai con quelli per adulti.

Erano bravi bibliotecari. Amavano i libri e amavano che fossero letti, quei libri. Mi insegnarono come ordinarli da altre biblioteche con il prestito inter-bibliotecario. Non storcevano il naso davanti a nessuna mia scelta. Erano semplicemente felici che ci fosse questo ragazzino dagli occhi grandi che amava leggere e con cui parlare delle storie che incontrava, da aiutare a trovare altri libri della serie con cui era alle prese al momento, da incoraggiare. Mi trattavano come un lettore –  niente di più e niente di meno – , il che vuol dire che mi trattavano con rispetto. Quando avevo otto anni, non era una cosa che mi capitasse spesso, di essere trattato con rispetto.

Le biblioteche hanno a che fare con la libertà. Libertà di leggere, libertà di pensare, libertà di comunicare. Hanno a che fare con l’educazione (che non termina l’ultimo giorno di scuola o di università), hanno a che fare con il divertimento, con il creare un luogo sicuro, con l’accesso all’informazione.

Temo che ora, nel XXI secolo, si possa fraintendere cosa siano le biblioteche e quale sia il loro scopo. Se pensiamo alla biblioteca come ad un mero insieme di libri, potrebbe sembrarci un concetto antiquato o anacronistico in un mondo in cui quasi tutti i libri esistono anche in digitale. Ma la biblioteca non è solo questo.

Ha a che fare con la natura stessa dell’informazione: l’informazione è un valore, e la corretta informazione lo è ancora di più. Abbiamo vissuto nella totale mancanza di essa per la maggior parte della storia dell’umanità, quando avere le giuste conoscenze era fondamentale e prezioso, e quindi possibile merce di scambio: quando seminare, dove trovare il necessario per vivere, le mappe, la Storia, le storie. L’informazione aveva un valore, e coloro che la possedevano o potevano ottenerla potevano anche farsi pagare per essa.

Negli ultimi anni, siamo passati da un’incredibile scarsità di informazioni a un incredibile eccesso. Secondo Eric Schmidt di Google, ogni due giorni l’umanità crea una quantità di informazioni pari a quella accumulata dall’alba delle civiltà fino al 2003: circa 5 exabyte di dati al giorno, se state cercando di fare i calcoli. La sfida ora non è più cercare rari fili d’erba nel deserto, ma scovare uno specifico filo d’erba in mezzo a una giungla. Abbiamo bisogno di aiuto per orientarci e trovare quello di cui abbiamo bisogno.

Le biblioteche danno accesso alle informazioni, e i libri sono solo la punta dell’iceberg: sono lì a disposizione, gratuiti e legali! Mai come ora, i ragazzi prendono libri in prestito – libri di ogni tipo: cartacei, digitali e audio. Si può andare in biblioteca anche per usufruire gratuitamente del computer o della connessione internet, cosa importantissima ora che molte cose fondamentali si fanno quasi esclusivamente online, come trovare o candidarsi per un lavoro, richiedere dei servizi o delle agevolazioni. I bibliotecari possono essere d’aiuto anche in questo.

Dubito fortemente che tutti i libri finiranno – o dovrebbero finire – per essere letti su uno schermo: come mi fece notare una volta Douglas Adam, più di 20 anni prima che il Kindle facesse la sua apparizione, un libro cartaceo è come uno squalo. Gli squali sono animali antichissimi, esistevano già prima dei dinosauri e continuano tuttora ad esistere perché non c’è nessuno bravo come loro a fare lo squalo. I libri sono coriacei, difficili da distruggere, resistenti all’acqua, vanno a energia solare, ed è bello tenerli in mano: sono bravi ad essere libri insomma, e per questo non scompariranno. Il loro luogo per eccellenza è la biblioteca, così come è luogo degli e-book, degli audiolibri, dei DVD e dei contenuti online.

La biblioteca è un magazzino di informazioni, a cui ogni cittadino ha pari accesso. Anche alle informazioni sulla salute fisica e mentale. È uno spazio di comunità, un luogo sicuro, un piccolo paradiso. Con dentro dei bibliotecari! Dovremmo cominciare a immaginare come saranno le biblioteche del futuro già da ora.

L’alfabetizzazione è importante come non lo è mai stata. Abbiamo bisogno di leggere e scrivere, di cittadini globali che padroneggino la lettura e comprendano il testo che hanno davanti, ne colgano le sfumature, si facciano a loro volta comprendere.

Le biblioteche sono, davvero, le porte verso il futuro. È quindi molto triste che le autorità locali di tutto il mondo spesso vedano nella possibilità di chiudere una biblioteca un modo facile di risparmiare soldi, senza rendersi conto che, per risparmiare nel presente, stanno rubando dal futuro. Stanno chiudendo porte che dovrebbero rimanere aperte.

Secondo un recente studio dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, l’Inghilterra è “l’unica nazione in cui la popolazione più anziana ha sia maggiore capacità di lettura e scrittura che capacità di calcolo rispetto alla popolazione più giovane, tenendo conto di fattori come il genere, la condizione socio-economica e il tipo di occupazione”.

Per dirla in altro modo, i nostri figli e i nostri nipoti sono meno abili nella lettura e nel calcolo di noi. Sono meno abili nell’orientarsi nel mondo, nel comprenderlo e nel risolvere problemi. È più facile che credano a bugie e a false informazioni, saranno meno capaci di cambiare il mondo in cui vivono, avranno più difficoltà a trovare lavoro. Tutto questo. Come nazione, L’Inghilterra rimarrà indietro rispetto ad altre nazioni industrializzate, proprio perché mancherà di forza lavoro qualificata.

I libri sono il nostro mezzo di comunicazione con i morti. Il nostro modo di imparare da chi non è più in vita, il modo in cui l’umanità ha costruito sé stessa, ha progredito, reso la conoscenza cumulativa invece che qualcosa che va appreso da capo ogni volta. Esistono storie che sono più vecchie delle nazioni stesse, storie che sono sopravvissute alle culture e agli edifici in cui furono raccontate per la prima volta.

Credo che abbiamo una responsabilità nei confronti del futuro. Responsabilità e doveri verso i ragazzi e verso gli adulti che quei ragazzi diventeranno, verso il futuro che abiteranno. Tutti noi – come lettori, come scrittori, come cittadini – abbiamo dei doveri. Ho deciso di elencarne alcuni qui con voi.

Abbiamo il dovere di leggere per piacere, in privato e in pubblico. Se leggiamo per piacere, e se altri ci vedono leggere, allora sì che impariamo, che esercitiamo l’immaginazione. Dimostriamo che leggere è bello.

Abbiamo il dovere di supportare le biblioteche, di usarle, di incoraggiare gli altri a fare lo stesso, di protestare quando vengono chiuse. Se non attribuiamo valore alle biblioteche, allora non diamo valore nemmeno all’informazione, alla cultura o alla saggezza. Stiamo mettendo a tacere le voci del passato e danneggiando il futuro.

Abbiamo il dovere di leggere ad alta voce ai bambini, leggere loro storie che possano amare, leggere loro storie di cui noi ci siamo forse già stancati. E imitarne le voci, renderle interessanti. E non smettere solo perché hanno imparato a leggere da soli. Usare il tempo della lettura ad alta voce come un tempo per creare un legame, per essere liberi dai cellulari, per lasciare fuori le distrazioni del mondo.

Abbiamo il dovere di usare il linguaggio, di spingerci oltre per scoprire il significato e l’uso delle parole, per poter comunicare in modo efficace e dire quello che vogliamo dire. Non dobbiamo cercare di congelare la lingua, o trattarla come se fosse una cosa morta a cui portare rispetto: al contrario, dobbiamo usarla come se fosse una cosa viva, che fluisce, che prende in prestito parole, che permette ai significati e alle pronunce di cambiare nel tempo.

Noi scrittori – in modo particolare quelli per ragazzi, ma anche tutti gli altri – abbiamo un dovere nei confronti dei nostri lettori: quello di scrivere la verità – soprattutto quando raccontiamo di persone fittizie che abitano posti fittizi – e capire che la verità non è da cercare nella successione degli eventi, ma in quello che quegli eventi ci raccontano di noi stessi. In fin dei conti, la fiction è una menzogna che racconta il vero.  Abbiamo il dovere di non annoiare i lettori, ma di far sentire loro l’urgenza di girare pagina. Una delle migliori soluzioni per un lettore riluttante è una storia che non si può fare a meno di continuare a leggere. E dopo aver raccontato la verità, dopo aver fornito armi e armatura, e dopo aver trasmesso quel po’ di saggezza che si racimola nel nostro breve passaggio su questa terra: dopo tutto questo, abbiamo anche il dovere di non fare prediche, di non impartire lezioni, di non ficcare in gola ai ragazzi morali e messaggi predigeriti, come fossimo uccelli che nutrono i propri pulcini con lombrichi già masticati. E abbiamo il dovere di non scrivere mai e poi mai, per nessun motivo, storie per ragazzi che noi per primi non vorremmo leggere.

Abbiamo il dovere di capire che, in quanto scrittori per ragazzi, svolgiamo un compito molto importante, perché, se sbagliamo e scriviamo storie stupide, saremo colpevoli di allontanarli dalla lettura e dai libri e di compromettere il nostro e il loro futuro.

Tutti noi – adulti e ragazzi, lettori e scrittori – abbiamo il dovere di esercitare l’immaginazione. Abbiamo il dovere di fantasticare. È facile pensare che nessuno possa cambiare nulla, che viviamo in un mondo in cui la società è soverchiante e l’individuo conta meno di niente: un chicco in un campo di riso, un atomo nell’universo. Ma la verità è che i singoli cambiano il mondo continuamente, sono loro a costruire il futuro, e lo fanno immaginando che le cose possano essere diverse.

Guardatevi intorno, per davvero. Fermatevi un momento e guardate la stanza in cui siete. Sto per dire una cosa talmente ovvia che tende ad essere dimenticata. Tutto quello che vedete in questo momento, compresi i muri, all’inizio è stato immaginato. Qualcuno ho pensato che potesse essere più comodo sedersi su una sedia piuttosto che per terra, e ha immaginato la sedia. Qualcuno ha immaginato il modo in cui io avrei potuto parlarvi qui oggi, a Londra, senza farci bagnare dalla pioggia. Questa stanza e tutte le cose che contiene, e tutte le altre cose in questo edificio, in questa città, esistono perché qualcuno le ha immaginate, tutte.

Abbiamo il dovere di rendere il mondo bello, e non di lasciarlo peggio di come lo abbiamo trovato, di non prosciugare gli oceani, di non tramandare i nostri problemi alla prossima generazione. Abbiamo il dovere di mettere a posto prima di andarcene, di non lasciare ai nostri figli il mondo come lo abbiamo, in modo così poco lungimirante, rovinato, ingannato, menomato.

Abbiamo il dovere di dire ai politici cosa vogliamo, di votare contro quelli che non capiscono l’importanza della lettura nel creare cittadini consapevoli, contro quelli che non vogliono agire per preservare e proteggere la conoscenza e incoraggiare l’alfabetizzazione. Non è una questione di partiti politici. È una questione di umanità.

Una volta chiesero ad Albert Einstein come rendere i bambini intelligenti. La sua risposta fu molto semplice e molto saggia. “Se volete che i vostri figli siano intelligenti”, disse, “leggete loro le favole. Se volete che lo siano ancora di più, leggetegliene ancora.” Aveva capito il valore della lettura e dell’immaginazione. Mi auguro che possiamo donare ai nostri figli un mondo in cui potranno leggere, potranno ascoltare qualcuno che legge per loro, potranno immaginare e comprendere.

 

Traduzione dall’inglese di Alice Torreggiani.