WHY (THE KING OF LOVE IS DEAD) – NINA SIMONE

Ma lui ha visto la cima della montagna
E sapeva che non avrebbe potuto fermarsi
Vivendo sempre con la minaccia di morte sopra la testa
Gente, è meglio che vi fermiate a pensare
Tutti sanno che siamo sull’orlo
Cosa succederà, ora che il Re è morto?

4 aprile 1968. Memphis. Ore 18.01
Un colpo di fucile e Martin Luther King è a terra. Colpito alla testa.
Con lui cade in ginocchio un’intera comunità, quella dei neri d’America che in lui aveva trovato un punto di riferimento.
Ma lo stupore e lo sconcerto presto si trasformano in rabbia. Le strade d’America esplodono nella protesta che per diverse ore fa pensare a una vera e propria insurrezione.

Da una parte, il tentativo da parte dei “potenti” fu di contenere quella rabbia tramite un concerto a reti unificate che andò in onda proprio quella sera, e che vide James Brown come protagonista: il re della blackmusic seppe unire le anime con il suo blues, e convincerle a tornare a casa, ma da una di quelle case una donna non era uscita, troppo interiormente distrutta dalla notizia.

Eunice Waymon, conosciuta nel mondo della musica con il nome di Nina Simone, non aveva mai dimenticato i soprusi e le ingiustizie che l’avevano vista crescere e che le avevano impedito l’accesso ai palcoscenici della musica bianca, quelli in cui si suona Bach o Mozart, le sue vere passioni musicali: quella giornata, quell’avvenimento, la portarono a fondere tutti i sermoni, gli inni e gli spirituals su cui si era formata in un lamento di accordi in sequenza lenta, come in una processione.
In quella canzone Nina Simone schiudeva la domanda che le opprimeva il petto: why the king of love is dead?.
Tre giorni dopo, il 7 aprile, al Westbury Music Fair, Nina Simone tenne un concerto, una sorta di improvvisazione tutta dedicata a Martin Luther King, perché insieme avevano lottato contro la segregazione e le ingiustizie fin da quella prima grandissima marcia del 28 agosto 1963, la più grande che l’America abbia mai conosciuto, quella in cui King aveva pronunciato il suo discorso più noto: I have a dream.
Ascoltando quel concerto, oggi suona ancora come un inno, perché per gli afroamericani la musica era tutto, era ovunque, era la sola arma che per centinaia di anni permise loro di sopravvivere e di tramandare il sapere. Da sempre in quella musica le storie della Bibbia assumono altre dimensioni: la terra promessa, attraversare il mar nero, l’esodo, il Giordano erano solo simboli per dire, senza dirla, la parola libertà. E a quel vocabolario ricorse ancora una volta Nina Simone nell’intonare il ritornello della canzone che scrisse per il Re dell’amore.

Emiliano Visconti, esperto di storia della musica e cantastorie